La scuola siamo noi
Nonvogliomicalaluna aderisce alla giornata di blogging sulla scuola italiana (questo il comunicato per saperne di più) con il pensiero – i grassetti sono miei – che Tullio De Mauro ha consegnato alle pagine de “La cultura degli italiani“, una sua conversazione con il giornalista Francesco Erbani pubblicata da Laterza:
Ma davvero abbiamo bisogno di un paio di portaerei, quando il 90 per cento degli edifici scolastici è fuori norma? Non sono patria anche i ragazzi esposti ai rischi di norme non rispettate e di soffitti e pavimenti che crollano? Ma il punto non è questo. (…) Abbiamo bisogno di portare la quota dei licenziati di scuola media, finalmente, al 100 per cento richiesto nel 1948 dalla Costituzione, la quota dei diplomati dal 75 per cento delle leve scolastiche verso il 100 per cento. Abbiamo bisogno di raddoppiare il numero di laureati di primo e secondo livello e di dottori di ricerca. Abbiamo bisogno di mettere in piedi, come negli altri paesi europei, un sistema nazionale di apprendimento permanente che fronteggi gli imponenti fenomeni di dealfabetizzazione adulta. Abbiamo bisogno dunque di nuovi insegnanti, nuovi spazi e nuove attrezzature, almeno dalle secondarie superiori alle università. Tralascio tutto ciò che riguarda la qualità, che è illusorio cresca senza investimenti, a cominciare o, se si vuole, finire con l’aumento delle retribuzioni degli insegnanti, un passaggio necessario se si vogliono attrarre energie valide nei corpi docenti. Di fronte a questi impegni i tagli e taglietti dei ministri attuali (e passati) fanno male all’esistente, e sono impari alle necessità.
A proposito di scuola ho raccontato una mia piccola esperienza in questo post.
Articolotrentaquattro
Ti abbiamo detto che oggi inizia una nuova avventura, la “scuola dei grandi”.
Ti abbiamo detto che imparerai la musica e la matematica, che conoscerai nuovi amici.
E’ tutto vero, ma non sai ancora che cos’è la scuola in Italia oggi. Io e papà ne abbiamo avuto un primo assaggio alla riunione con le maestre: siamo entrati carichi di speranze ed emozionati, siamo usciti carichi di cose da comprare. E siamo solo alla scuola materna.
In Italia, oggi, il diritto allo studio ha un prezzo alto da pagare. Non è solo una questione di costi per l’astuccio, i matitoni colorati o i bicchieri di plastica del tuo “corredino scolastico”. E’ soprattutto una questione di costi umani perché le aule si affollano, ma le cattedre scompaiono. Perché un popolo ignorante è più facile da governare. Alla faccia di quello che dice l’articolo 34 della Costituzione (i grassetti sono miei):
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
E allora Fabrizio buon anno scolastico e…io speriamo che me la cavo.
Io speriamo che me la cavo
Io e Valentina ci conosciamo dal 1990: abbiamo condiviso gli anni del Liceo, quelli più belli. Oggi Valentina è uno dei tagli prodotti dalla riforma scolastica. La scure del Decreto Gelmini si è abbattuta anche su di lei ed oggi non insegna più.
Ho raccolto, e ringrazio Valentina per la disponibilità, la sua testimonianza. E’ una voce fra tante, una voce della nostra generazione.
Per me la scelta di diventare insegnante è stata quasi naturale, spontanea, fatta quasi senza pensarci, perché istintivamente ho sentito che era la cosa giusta per me. Dopo l’Università si è prospettata una strada molto irta, in salita perché oggi diventare insegnante non è una questione tanto semplice, perché oggi più che mai è il mestiere più delicato del mondo, perché si ha a che fare con delle menti da arricchire, dei caratteri da forgiare, delle persone da guidare in questo difficile mondo.
Torniamo a me: dicevo che dopo l’università si prospettava la frequenza obbligatoria della SISS – scuola specializzazione insegnanti della secondaria, ovviamente a numero chiuso. Tento l’accesso dapprima a Foggia, la mia città, ma niente. Il secondo anno mi faccio coraggio: tentiamo a Venezia. Vinco. Che gioia in un primo momento, ma poi mi assale lo sgomento: dovevo cambiare vita per due anni e più!…..vita, città, lasciare affetti, amicizie, famiglia, abitudini. Tutto. Non mi sono mai abbattuta; con le lacrime agli occhi sono partita con quattro pentole e una coperta, una valigia piccola e tante domande nella testa, ma non mi sono mai abbattuta.
Sono stati due anni durissimi: lezioni obbligatorie, tirocinio in paesi sperduti delle lande padane, “esamoni” di Pedagogia, Psicologia, Didattica, Legislazione scolastica, studio fino a tarda notte. Tornavo pochissimo a casa. Era la prima volta e che gestivo tutta la mia vita completamente da sola e questa esperienza, oltre che formarmi professionalmente mi ha fatto crescere, con enormi sacrifici. Mi sono sempre più innamorata del mio mestiere. Ero contenta, felice. E’ stato tutto difficilissimo in quei due anni, ma lo facevo per un traguardo.
L’esame di Stato finale abilitante è stato ancora più duro: è durato due giorni interi, quattro prove scritte, due tesine da discutere, due esami orali. Fu una vera fatica, fu una corsa, mi abilitai all’insegnamento nel maggio del 2006. Potevo insegnare.
In graduatoria entrai nel 2007 e per due anni ho insegnato nella stessa scuola, ovviamente dopo aver preso anche, sempre con enormi sacrifici, l’abilitazione alla didattica sul sostegno ai disabili.
La mia prima classe non la scorderò mai: la seconda D. Quante soddisfazioni, quanta fatica, quanta dedizione per loro. Tutto mi è ritornato in termini di affetto, stima, gratitudine. E’ questo che mi dice ogni giorno che ho fatto la cosa giusta.
Continuo a studiare: ho già fatto due master per apprendere ancora. Ora non lavoro più. Non per colpa mia, s’intende. La scuola mi manca da morire, mi mancano i miei ragazzi, mi mancano i libri, i quaderni, perfino l’odore del gesso e della lavagna. Mi sento un vulcano cui hanno tappato l’uscio.
E’ una condizione strana quella del precario della scuola: difficile adattarsi ogni anno a una scuola diversa, iniziare un lavoro educativo senza poter calibrare interventi didattici a lungo termine, perché tutto si riduce a un castello di sabbia buttato giù con la prima mareggiata del settembre dell’anno seguente. Molti di noi sono precari storici, la precarietà è la nostra unica certezza, uno strano ossimoro, ma in realtà il nostro destino: da decine di anni siamo inseriti nel Purgatorio delle graduatorie e il Paradiso del ruolo rimane solo un miraggio. Quanto ancora si deve espiare prima di raggiungerlo?
Penso di aver superato tante difficoltà, non senza un motivo. Aspetto che la tempesta passi. E neanche stavolta mi abbatto.

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