Anche i giovani nel loro piccolo si rivoltano
Ho ricevuto, qualche settimana fa, la mail di Angelo, un lettore del blog che, dopo aver letto il mio post Scaffali precari, mi ha chiesto un’opinione a proposito di una lettera immaginaria ad un selezionatore del personale e di Aspettando la rivolta dei giovani , articolo di Curzio Maltese pubblicato sul Venerdì di Repubblica lo scorso 2 luglio.
Questa la mail di Angelo:
Buongiorno Mara,
avendo molto apprezzato Scaffali precari, ti segnalo quest’amara lettera a un immaginario selezionatore del personale
e questo fulminante pezzo di Curzio Maltese, ripreso in un post che ho commentato citandoti:
http://www.danielesemeraro.it/daniele/aspettando-la-rivolta-dei-giovani/comment-page-1/#comment-5200
Mi farebbe piacere conoscere il tuo punto di vista a riguardo; io trovo molto efficaci entrambi gli interventi, sebbene quello di Curzio Maltese sia fin troppo provocatorio!
Un caro saluto,
Angelo
Passa qualche settimana e finalmente riesco a rispondergli:
Gent.mo,
mi scuso se rispondo solo ora ma tra il lavoro e la famiglia è stato un periodo molto impegnativo.
Intanto, la ringrazio per aver citato nel suo commento il mio post Scaffali precari.
Veniamo, però, ai testi che mi sottopone.
La lettera è molto più che amara e rispecchia esattamente il mondo del lavoro di oggi, soprattutto il rapporto donne-lavoro. E’ un tema che mi sta molto a cuore, in particolare dopo essere diventata mamma. Non è un caso che sul mio blog abbia scritto il post Non è un paese per mamme. Nel nostro Paese c’è una differenza sostanziale e poco percepita tra la maternità raccontata, rappresentata e la maternità vissuta, in relazione soprattutto alla sfera lavorativa. Qualche tempo dopo aver pubblicato quel post, mi ha contattato Stefania Boleso, marketing manager di Red Bull italia costretta a licenziarsi dopo il parto. Stefania aveva denunciato la sua storia sul Corriere. La sua testimonianza ha suscitato un acceso dibattito tra i lettori, in modo particolare tra le donne, tanto che l’articolo è stato il più letto del 22 febbraio sul sito del Corriere e nei giorni seguenti il quotidiano è tornato sulla vicenda raccontando di altre lettrici che avevano vissuto una situazione simile.
Quanto all’articolo di Maltese (giornalista che apprezzo), lo trovo molto furbetto. E’ facile fare la predica quando sei una firma di Repubblica. Maltese forse dimentica che nei giornali – quindi proprio nel suo settore, senza andare troppo lontano – i giovani (anche quarantenni) sono precari, sottopagati e sfruttati. Dimentica che nei partiti quegli stessi politici che si riempiono la bocca parlando di giovani sono i primi ad impedire il ricambio generazionale. Di chi è la colpa? Di tutti e di nessuno. Io ho 34 anni e a volte mi sento schiacciata tra i 50/60enni che non mollano e le nuove leve che, invece, stanno già scalpitando. Siamo una generazione precaria (non solo dal punto di vista occupazionale).
Non c’è la ricetta magica, ma penso che ognuno nel suo piccolo possa combattere la sua battaglia.
Sempre a proposito dell’articolo di Maltese segnalo questa nota pubblicata da Simona Lembi su Facebook. Simona è stata assessore alla cultura della Provincia di Bologna ed ha 38 anni. Non voglio buttarla in politica, ma ho trovato la sua nota molto interessante.
Grazie e a presto,
Mara
La risposta di Angelo non si fa attendere:
Gentile Dott.ssa Cinquepalmi,
trovo molto condivisibili le critiche mosse sia da Lei che dall’Assessora Lembi al pezzo di Curzio Maltese: personalmente, appena l’ho letto mi sono lasciato prendere da quel risentimento generazionale ormai diffuso – ma che non può, per evidenti motivi, canalizzarsi in un progetto politico che coinvolga tutta l’Italia – e ho commentato positivamente sul blog di Daniele Semeraro.
Dopo qualche giorno, confrontandomi anche con i miei amici, ho dovuto rivedere la mia posizione: la battaglia è dura (ho una laurea specialistica in Comunicazione d’impresa, e ho detto tutto!) e per ora sto cercando di arricchire il curriculum con uno stage presso una casa editrice, una collaborazione all’organizzazione di un Festival culturale e un tirocinio presso una Pubblica Amministrazione. A febbraio (mese in cui finirò tutte e tre le esperienze) sarò pronto per il grande salto, ovvero a trasferirmi dalla Campania (Regione ormai nella bufera politico-economica più totale) a… chissà dove!
Grazie per la disponibilità.
Angelo
Ho voluto rendere pubblica (con la doverosa autorizzazione di Angelo) questa corrispondenza perché penso che il confronto di idee – anche se solo telematico – è una opportunità di crescita e perché penso ai tanti Angelo che in questo momento, nel nostro Paese, stanno già facendo la rivolta. Nel loro piccolo, tutti i giorni. Con buona pace di Curzio Maltese.
Non sarà un’avventura
Un curriculum di tutto rispetto e un lavoro a tempo determinato. A Mrs Punk, così vuol farsi chiamare per questa chiacchierata, e ai suoi 29 anni questo non è bastato e qualche settimana fa ha deciso di lasciare l’Italia per tentare fortuna all’estero. Ha scelto, come destinazione di questa avventura, una grande capitale di un Paese dell’Unione Europea.
Prima di partire ho raccolto la sua testimonianza.
Perché hai deciso di lasciare l’Italia?
Uno dei motivi consiste nel fatto che i cosiddetti giovani (ovvero chi ha meno di trent’anni,sic!) nel panorama lavorativo italiano non godono della dovuta considerazione: si è ancora ancorati all’idea che ad una maggiore età corrisponda automaticamente una maggiore capacità. Dunque, in Italia, chi è giovane non viene trattato con la dovuta serietà, chi è giovane non è capace, chi è giovane deve fare la gavetta ed accettare di essere sottopagato, perché infondo così sono sempre andate le cose.
L’idea di lasciare l’Italia è nata da un’insoddisfazione dovuta al clima politico e sociale che si respira negli ultimi anni e che sembra diventare sempre più asfittico.
Quando ho partecipato al NoBDay del 5 dicembre scorso, ero stata colpita dall’accorato appello di Dario Fo che esortava i giovani a non fuggire, a poggiare la valigia. Ma quando continui ad urlare a chi è sordo e tale vuole rimanere, ti chiedi se valga davvero la pena perdere la voce.
Voglio provare a vedere come si vive altrove, se davvero altri paesi di Europa fondano la loro costituzione sui diritti (per tutti), sul lavoro e sulla sussidiarietà. Non escludo un ritorno in Italia, magari con un bel carico di esperienza e conoscenze per continuare a cercare di cambiare il mondo che ci circonda.
Cosa ti aspetti da questa nuova esperienza?
Di sentirmi finalmente cittadina dell’Europa, di poter assorbire per poi condividere. Di imparare da e attraverso altre culture, di aprire la mia mente, di avere un punto di vista privilegiato per poter analizzare, perché no anche a distanza, la situazione italiana.
Da quello che mi aspetto e che mi aspetta, non escudo certo le delusioni…
Cosa ti porterai dell’Italia, in termini di know-how?
Beh, indubbiamente l’arte di arrangiarsi e il gusto per la buona cucina (non voglio certo smentire il detto “italiani: pasta, pizza, mandolino”, in compenso farò di tutto per abbattere quello della credenza degli spaghetti alla bolognese!)
Hai mai gridato/urlato/pensato “Non voglio mica la luna”?
In genere l’ho cantato, sì diverse volte.
Però poi io, la luna, ho sempre cercato di prenderla, ogni volta che ne ho avuto voglia.
Giornalisti si nasce, precari si diventa
Si scrive free lance, si legge precari. Nel mondo del giornalismo c’è chi guadagna quattro o due euro (lordi) a pezzo, senza alcuna garanzia. Accade in Italia, nel 2010.
A Bologna è nato il Coordinamento giornalisti freelance Emilia Romagna . Valeria Tancredi, giornalista, è una delle promotrici del Coordinamento e ne parla a “Nonvogliomicalaluna”.
Ho raccolto volentieri la sua testimonianza perché – come cittadina e come giornalista – non penso possa esserci libertà di informazione, se chi fa informazione lavora sotto ricatto, in condizioni precarie (non solo dal punto di vista salariale), senza alcuna garanzia.
Cos’è e come nasce il Coordinamento?
È nato dall’esigenza molto diffusa tra precari, free lance e colleghi non garantiti da contratti a tempo indeterminato di colmare un vuoto dei diritti e delle regole per la categoria. Ci troviamo a lavorare in una giungla di situazioni, dove si arriva ad essere pagati 4 euro o anche 2 euro a pezzo. La FNSI (il sindacato unitario dei giornalisti, ndr) ha ignorato, trascurando, il problema per anni, mentre doveva lanciare l’allarme. Il nostro Coordinamento si pone all’interno al sindacato, dato che è l’unico modo per riuscire a far arrivare la nostra voce nei tavoli di contrattazione dove solo gli organismi riconosciuti sono accreditati, e mira a tutelare necessità ed esigenze della categoria. Abbiamo quindi contattato a maggio scorso i dirigenti dell’Aser (Associazione Stampa Emilia Romagna) per presentare il coordinamento che è partito da sei persone che sono tutt’ora lo zoccolo duro anche se il coordinamento e le riunioni sono aperti a tutti gli interessati. In cinque o sei siamo partiti per sensibilizzare i precari all’iniziativa, per fare fronte comune. Ed è questo che vogliamo fare.
Ci sono esperienze simili in Italia?
In Veneto ci sono i Refusi . Sono nati prima di noi ed hanno già fatto le elezioni per le cariche elettive. Altre esperienze, sempre all’interno del FNSI, ci sono in Friuli Venezia Giulia (http://giornalistiprecariefreelance-fvg.blogspot.com/) e in Lombardia, dove però la situazione è un po’ più complicata perché i Senza Bavaglio sono in contrasto con il sindacato. A noi interessa che ci sia un organismo all’interno del sindacato che faccia presente con forza i nostri problemi e lavori per risolverli. Nel nostro caso, in particolare, ci poniamo anche obiettivi a breve termine. Tra questi una sala stampa nella sede dell’Aser dove i colleghi freelance possono trovare gli strumenti per lavorare alcune ore, uno sportello free lance, sempre all’Aser, dove un giorno a settimana siamo a disposizione per consulenze telefoniche o dirette: i colleghi, ad esempio, non hanno consapevolezza su quando è opportuno o conveniente fare causa. Inoltre, siamo in contatto con Coop voce per una convenzione a tariffa agevolata destinata a giornalisti precari. Nelle scorse settimane abbiamo presentato il Coordinamento in altri capoluoghi, siamo stati a Piacenza, Parma, Ravenna, Modena.
Qual è stata la risposta da parte dei colleghi?
La risposta varia da provincia a provincia, ma ovunque emerge che con la scusa della crisi la situazione è peggiorata. Ad esempio “La nuova Ferrara” e tutti gli altri giornali dello stesso gruppo pagano 4 euro lordi a pezzo. Il problema principale sul quale ci stiamo concentrando con una certa urgenza è la paura di ritorsioni da parte degli editori, si teme, non del tutto infondatamente, che le denunce e le lotte sindacali possano ostacolare nel mantenimento delle pur scarne collaborazioni. Noi pensiamo che sia un cane che si morde la coda e che bisogna rischiare un minimo se si vuole ottenere qualche risultato. Tra l’altro noi abbiamo anche esempi positivi di come esserci imposti richiedendo il rispetto delle regole abbia alla fine pagato.
Il 15 febbraio scorso abbiamo incontrato a Bologna Daniela Stigliano vicepresidente della FNSI e responsabile della novella Commissione autonomi interna al sindacato ed è scaturito un bel dibattito di cui abbiamo dato conto nel nostro blog. Quello del 15 febbraio scorso a Bologna è stato un incontro molto partecipato e c’erano anche colleghi di altre province. Il nostro obiettivo è sensibilizzare la categoria per arrivare al tavolo con gli editori.
Qual è la situazione in Emilia Romagna?
Ci siamo fatti conoscere col passaparola tra colleghi ed un servizio di mailing list (freelance.emiliaromagna@gmail.com)e cerchiamo di monitorare la situazione con un questionario, che viene distribuito anche durante il giro delle province. Non ci sono dati ufficiali, ma un modo per quantificare i precari viene dalla lettura dei dati dell’Inpgi 2 (la gestione separata dell’Istituto di previdenza dei giornalisti, ndr).Questi dati ci dicono che i colleghi non contrattualizzati sono sempre di più, anzi si può dire che sono coloro che tengono in piedi le aziende editoriali e televisive. Questa cosa alle lunghe peserà sulle casse dell’INPGI, la nostra previdenza, dato che i contributi versati dai giovani giornalisti non basteranno a pagare le pensioni delle vecchie generazioni che avevano contratti con ben altre garanzie e tutele.
Dove c’è più precariato? Nei giornali, nelle free press, nelle radio o in tv?
Dappertutto. In Emilia Romagna soprattutto nei giornali. Le tv locali non sono molte, mentre fanno storia a sé i precari ipergarantiti della Rai.
I prossimi appuntamenti?
Intanto dobbiamo completare il giro delle province. Prossimamente saremo in Romagna e solo allora tireremo le fila. In primavera vogliamo indire le elezioni, prima quelle provinciali, poi quelle per i rappresentanti regionali e nazionali. Poi faremo una assemblea plenaria, durante la quale sarà sottoposto a tutti lo statuto, ora in corso di redazione.
Quante volte nelle redazioni si urla/scrive/pensa “Non voglio mica la luna?”
Non chiediamo la luna, vogliamo i diritti minimi. Vogliamo la normalità e non l’indecenza che ha regnato fino ad ora.
Il mestiere più antico del mondo
Ancora una volta la bacheca degli annunci di Prima Comunicazione mi offre la possibilità di scrivere un post sulla precarietà nel giornalismo.
Fresco di pubblicazione (è datato 2 marzo), leggo oggi questo annuncio (come al solito, i grassetti sono miei):
www.luimagazine.com. Rivista di tendenza free press, leader in Italia nel segmento. Prossimamente in edicola in Francia. Ricerchiamo giornalisti e collaboratori per sviluppo testata in Italia e Francia. Inizialmente collaborazione non retribuita. Possibilità di inserimento in azienda per i più meritevoli. Valutiamo inserimento rubriche.
Per quanto tempo gli aspiranti redattori dovranno scrivere gratis? Inizialmente vuol dire una settimana, un mese, un anno? Quali sono i requisiti per essere considerati “i più meritevoli” ed aspirare ad un inserimento in azienda? Quale sarà poi il misterioso inserimento? Un co.co.pro o due buoni pasto per Natale?
Ho poi fatto una ricerca, semplice semplice, sul gruppo editoriale che ha pubblicato l’annuncio. Si tratta della Gemeco Media Group, “leader indiscusso in Italia – cito testualmente dal sito – nel settore degli annunci erotici, con attività che spaziano dalla vendita on line di dvd, free press, siti web, distribuzione di prodotti nel canali edicola e gestione di servizi di telefonia a valore aggiunto”.
E’ proprio vero: il giornalismo è il mestiere più antico del mondo.
I ragazzi con la valigia
Trentanove pagine per scoprire che oggi dal Sud vanno via (o scappano?) i giovani laureati (anche per lavori precari). Nei giorni scorsi Bankitalia ha presentato uno studio che descrive la mobilità dei lavoratori in Italia.
Si intitola “La mobilità del lavoro in Italia: nuove evidenze sulle dinamiche migratorie” ed è stato curato da Sauro Mocetti e Carmine Porello.
Tra il 2000 e il 2005 sono emigrati oltre 80 mila laureati, pari in media annua a 1,2 ogni 100 residenti con un analogo titolo di studio. Il Mezzogiorno diventa sempre meno capace di trattenere il proprio capitale umano, impoverendosi in termini di produttività, competitività e di crescita economica.
Inoltre, si ribalta il rapporto tra l’emigrante e la famiglia d’origine: se nel passato era l’emigrato a sostenerla, oggi è più probabile che sia la famiglia a sostenere economicamente il giovane fino a un suo completo inserimento nella regione di destinazione.
Questa nuova sezione del blog, “Tutta la vita davanti”, è dedicata ai precari, ai giovani in fuga dal Sud. Anche a quelli che tornano.
Racconta la tua storia a maracinque@libero.it.

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