Striscia l’agguato
Striscia la notizia continua ad accanirsi contro Lorella Zanardo ed il suo documentario “Il corpo delle donne” (qui il racconto della Zanardo).
Non posso che unirmi alle manifestazioni di solidarietà che da ieri stanno girando sul web, facendo mie le parole di Massimiliano Panarari a proposito di Antonio Ricci nel pamphlet “L’egemonia sottoculturale: l’Italia da Gramsci al gossip” (del libro ne ho parlato già qui). I grassetti sono miei:
Drive in ha rappresentato per il maschio italiano anche una sorta di “rivoluzione (o controrivoluzione) antropologica”, sbattendo in prima serata, ripulito di ogni remora, ciò che il Pierino/Alvato Vitali che alberga in molti di noi desiderava ardentemente sbirciare”.
La ragazza-fast food è la progenitrice del velinismo attuale – un primato probabilmente da ripartire ex aequo con le ragazze-coccodè (…).
E ancora:
“Sovversione continua”, antipolitica, parodia, irriverenza, controinformazione, comprensione concettuale profonda dei meccanismi di funzionamento della società dello spettacolo integrato e loro “ineccepibile” utilizzo: c’è tutto questo nel lavoro di superautore televisivo di Antonio Ricci. Altrettanti frammenti di un discorso situazionista, messo al servizio di un disegno reazionario. Non da ultimo, per la misoginia manifesta, perché nell’universo ricciano il femminino deve sempre e comunque appartenere alla terrificante “classe” contemporanea delle “belle gnocche”, o rimane condannato a una evidente marginalità e residualità (un solo caso di conduttrice donna di Striscia la notizia, peraltro esteticamente ragguardevole, oppure, mutatis mutandis, la fugace apparizione della Gabibba, il “Gabibbo in gonnella”).
Tutta colpa di Drive in
Il colpo di stato (perfetto) è stato realizzato e nessuno se ne è accorto. Quasi nessuno perché Massimiliano Panarari – docente all’Università di Modena e Reggio Emilia e collaboratore di Repubblica e altri quotidiani – l’ha messo nero su bianco nel pamphlet “L’egemonia sottoculturale in Italia. Da Gramsci al gossip” (il titolo alla maniera di una Lina Wertmuller d’annata potrebbe impaurire, ma non è così), uscito quest’anno per Einaudi.
L’autore racconta come dalla categoria gramsciana del nazionalpopolare siamo precipitati nel nazionalgossiparo di Maria De Filippi, Simona Ventura e Alfonso Signorini, solo per citare alcuni degli artefici della sottocultura odierna.
Come è potuto accadere? Che fine hanno fatto gli intellettuali? Queste e molte altre domande trovano una risposta nelle centotrentadue pagine del libro.
Per Panarari tutto ha inizio con Drive in, definito il “manifesto idealtipico degli anni Ottanta”, “l’apoteosi più inedita e impressionante dell’individualismo”.
A questo punto è doverosa una testimonianza dell’epoca. A quei tempi io ero una bimbetta molto food e poco fast che la domenica sera guardava le ragazze fast food dimenarsi senza troppi pudori.
E’ da lì che il corpo femminile ha cominciato ad essere considerato merce in televisione, ma abbiamo assistito anche a siparietti di questo genere, ignorando quello che sarebbe accaduto qualche anno più tardi:
E dire che ricordo, come fosse ieri, quando una amichetta di scuola, durante una festa di Carnevale, ci comunicò compiaciuta che lei vedeva i cartoni animati su Canale 5. Di lì a poco anche il mio condominio si attrezzò per ricevere i canali della tv commerciale. Da allora nulla fu come prima.
Non voglio farla troppo lunga, quindi torno al libro soffermandomi su alcuni passaggi interessanti: il populismo mediatico di Striscia la notizia, il neo-neorealismo targato Maria De Filippi, i reality dove nessun talento è richiesto, l’infomotion di Porta a Porta, lo storytelling come forma postmoderna di propaganda, i settimanali Tv Sorrisi e Canzoni e Chi usati come armi di distrazione di massa.
Una considerazione a parte merita il ruolo della sinistra in tutta questa faccenda. Dov’era la sinistra, mentre la destra imponeva i suoi modelli culturali? Forse dormiva, come spiega Panarari. Oppure, più semplicemente “provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti”.
A questo punto non rimane che sperare nella costruzione di narrazioni alternative. Per fare questo, ci ricorda l’autore, “non c’è bisogno di sacerdoti o druidi a sinistra, ma di interpreti del mutamento dei tempi”. Di intellettuali onesti.
Nota a margine
Ho un motivo in più per parlare di questo libro. Lo scorso 7 settembre l’ho presentato alla Libreria della Festa dell’Unità di Bologna insieme all’autore e a Piero Ignazi, direttore della rivista “Il Mulino” e politologo della nostra Università.
Serata bella e partecipata, nonostante la concomitanza della partita della Nazionale e del dibattito con Walter Veltroni qualche stand più avanti.
La presentazione del libro ha sancito il mio debutto alla Festa dell’Unità. In realtà, è stato un ritorno, visto che nel 2003 avevo fatto parte della redazione web e dell’ufficio stampa della Festa nazionale. Di quel mese trascorso al Parco Nord conservo bellissimi ricordi, come le cene alla piazza del buon ristoro, l’unico stand gastronomico dove con il buono pasto per i volontari potevi fare un pasto completo (ne sa ancora qualcosa il mio fegato), le domeniche trascorse a fare la rassegna stampa prima in via della Beverara e poi di corsa al Parco Nord alle riunioni di redazione, i sette articoli scritti nell’arco di un pomeriggio, l’intervista a Giglia Tedesco e a Oscar Luigi Scalfaro sull’8 settembre.
Per questo sentir risuonare il mio nome e cognome dall’altoparlante della Festa è stata un’emozione non da poco.
Frattocchie 2.0
Internet non è la politica, ma può aiutare a fare politica. In un modo nuovo.
Se ne è parlato lo scorso fine settimana a Frattocchie 2.0, seconda edizione del seminario organizzato dal Partito Democratico nell’ambito della Festa nazionale Informazione a Pesaro.
Come lo scorso anno ho pensato di iscrivermi perché è una occasione di confronto che fornisce spunti ed idee molto interessanti (proprio sulla scia delle sollecitazioni di Frattocchie 2009 è nato il mio saggio L’informazione televisiva in Italia: da RaiSet al citizen journalism e chissà che anche questa edizione non contribuisca ad illuminarmi su alcuni miei progetti in cantiere).
Rileggendo gli appunti del mio quadernetto (lo so, non sono ancora così geek da prenderli sul portatile) e ripensando a questi tre giorni così intensi, provo a trascrivere alcune sensazioni e riflessioni: la cittadinanza competente ed il ruolo del territorio nell’intervento di Carlo Carboni, la frizzantissima relazione di Carlo Mezza su internet come sistema sociale per ascoltare, il socialnetworking di Alberto Castelvecchi, l’intervento di Vincenzo Vita sulla neutralità della rete, le regole per la rete libera secondo Guido Scorza, il bisogno di nuove narrazioni secondo Massimiliano Panarari (domani sera, però, lo intervisto a Bologna quindi approfondirò la cosa), il giornalismo partecipativo e il caso Madrid nella testimonianza di Gennaro Carotenuto, la nuova opinione pubblica di Luca De Biase (mi ha colpito la sua domanda sul futuro dei nostri figli, accrescendo così la mia ansia di madre trentenne), le proposte del PD sul digitale nella relazione di Paolo Gentiloni, l’inarrestabile Carlo Freccero con la sua dottissima lezione sulla tv tra vecchi e nuovi media (pur non essendolo anagraficamente, Freccero si è mostrato molto più giovane di molti miei coetanei).
Frattocchie 2.0 è stato questo e molto di più.
Nota a margine
Il viaggio di ritorno ha avuto un risvolto quasi apocalittico: per coprire i chilometri che separano Pesaro da Bologna ho impiegato quasi cinque ore (in tempi normali basta poco più di un’ora) ed ho rischiato il divorzio. Code ovunque, in autostrada e sulla via Emilia, causa rientro tifosi della MotoGP e grandinata che si è abbattuta nel bolognese nel pomeriggio. Reduce da una tre giorni dove il piatto forte sono state le nuove tecnologie, a un certo punto ho invocato il teletrasporto, ma la mia preghiera ha avuto come unico effetto quello di essere preceduti al casello Telepass da un automobilista, targato Milano, che non aveva il Telepass. Piove sempre sul bagnato.
Debutto alla Festa dell'Unità
Dal nazionalpopolare di Gramsci al gossipopolare di Maria De Filippi, Bruno Vespa e Alfonso Signorini, ovvero “Come siamo caduti in basso!!!”.
Cosa è successo dai famigerati anni ’80 ad oggi?
Martedì 7 settembre, alle ore 21 alla Libreria della Festa provinciale dell’Unità, presento – cosa che segna il mio debutto alla Festa dopo aver lavorato per quella nazionale nel 2003 – il libro “L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip” di Massimiliano Panarari (Einaudi 2010). Ne discute con l’autore Piero Ignazi (Il Mulino).
Non mancate!!!

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