Angela e Francesca fanno Lebolleblu

Mina, Calvino e due sorelle pugliesi con la passione per la letteratura e l’editoria sono gli ingredienti di una nuova scommessa nel panorama editoriale made in Bologna. Si chiama Lebolleblu edizioni, è nata da qualche mese, ma vanta già una partecipazione al Salone del libro di Torino.

Dopo aver letto tempo fa sull’edizione bolognese di Repubblica un pezzo in occasione della presentazione ufficiale della casa editrice, ho contattato Angela Castellano perché la storia delle Bolleblu mi incuriosiva molto. Così nel corso di una piacevole telefonata Angela mi ha parlato del progetto e non solo.

Le bolle blu è un nome curioso ed insolito per una casa editrice. Come lo avete scelto? Vi siete forse fatte ispirare dalla canzone di Mina?

L’abbiamo scelto perché la leggerezza è stata scelta come nostra linea editoriale. Non necessariamente intesa come umoristica e comica. La nostra è una leggerezza come quella delle Lezioni americane di Calvino. Inoltre, le bolle sono la forma più resistente e leggera in natura. E’ anche vero che la canzone di Mina ha avuto la sua influenza per il suo dinamismo musicale.

Lo spirito della vostra casa editrice è improntato alla leggerezza, riferita allo stile e ai contenuti, proprio come le bolle. Pensate che nel panorama editoriale attuale non ci sia spazio o sia troppo poco quello riservato ad una letteratura di qualità, ma leggera?

Il panorama letterario italiano ha un divario enorme tra la letteratura alta, quella di Eco per intenderci, e quella da supermercato, tipo istant book, commerciali o barzellette. Manca una fascia  intermedia. Ad esempio Camilleri propone una letteratura scorrevole e di consumo, ma più che dignitosa.

Tra le vostre prime uscite c’è stata anche la partecipazione al Salone di Torino.

Essendo piccoli e nuovi, avevamo troppo pochi libri per avere uno stand tutto nostro. Due titoli sono troppo pochi per poterci finanziare uno stand. Per questo siamo state ospitate dallo stand di Sugonews,  una rivista letteraria: è stata un’esperienza entusiasmante e molto proficua, anche perché affiancata da iniziative come aperitivi letterari con gli autori nello stand, reading-concerto all’interno del Salone e incontri presso la libreria Massena28.

Cosa ci fanno due pugliesi a Bologna che mettono su una casa editrice in tempo di crisi?

Io vivo a Bologna, mia sorella a Torino. Lavoriamo in remoto, ma siamo animate da una forte passione per i libri. In tutto questo è essenziale il supporto della famiglia. Dopo il master in editoria, abbiamo pensato che, piuttosto che essere precarie alle dipendenze di qualcuno, potevamo essere precarie in proprio.

Puglia: un luogo da cui scappare, in cui tornare o rimanere?

C’è il sogno lontano di tornare. Negli ultimi anni la Puglia è stata protagonista di un risveglio culturale che non ha precedenti. Penso al progetto “Bollenti spiriti” promosso dalla Regione.

Per te la Puglia è…

Le nostre radici.

Non sarà un’avventura

Un curriculum di tutto rispetto e un lavoro a tempo determinato. A Mrs Punk, così vuol farsi chiamare per questa chiacchierata, e ai suoi 29 anni questo non è bastato e qualche settimana fa ha deciso di lasciare l’Italia per tentare fortuna all’estero. Ha scelto, come destinazione di questa avventura, una grande capitale di un Paese dell’Unione Europea.

Prima di partire ho raccolto la sua testimonianza.

Perché hai deciso di lasciare l’Italia?
Uno dei motivi consiste nel fatto che i cosiddetti giovani (ovvero chi ha meno di trent’anni,sic!) nel panorama lavorativo italiano non godono della dovuta considerazione: si è ancora ancorati all’idea che ad una maggiore età corrisponda automaticamente una maggiore capacità. Dunque, in Italia, chi è giovane non viene trattato con la dovuta serietà, chi è giovane non è capace, chi è giovane deve fare la gavetta ed accettare di essere sottopagato, perché infondo così sono sempre andate le cose.
L’idea di lasciare l’Italia è nata da un’insoddisfazione dovuta al clima politico e sociale che si respira negli ultimi anni e che sembra diventare sempre più asfittico.
Quando ho partecipato al NoBDay del 5 dicembre scorso, ero stata colpita dall’accorato appello di Dario Fo che esortava i giovani a non fuggire, a poggiare la valigia. Ma quando continui ad urlare a chi è sordo e tale vuole rimanere, ti chiedi se valga davvero la pena perdere la voce.
Voglio provare a vedere come si vive altrove, se davvero altri paesi di Europa fondano la loro costituzione sui diritti (per tutti), sul lavoro e sulla sussidiarietà. Non escludo un ritorno in Italia, magari con un bel carico di esperienza e conoscenze per continuare a cercare di cambiare il mondo che ci circonda.

Cosa ti aspetti da questa nuova esperienza?
Di sentirmi finalmente cittadina dell’Europa, di poter assorbire per poi condividere. Di imparare da e attraverso altre culture, di aprire la mia mente, di avere un punto di vista privilegiato per poter analizzare, perché no anche a distanza, la situazione italiana.
Da quello che mi aspetto e che mi aspetta, non escudo certo le delusioni…

Cosa ti porterai dell’Italia, in termini di know-how?
Beh, indubbiamente l’arte di arrangiarsi e il gusto per la buona cucina (non voglio certo smentire il detto “italiani: pasta, pizza, mandolino”, in compenso farò di tutto per abbattere quello della credenza degli spaghetti alla bolognese!)

Hai mai gridato/urlato/pensato “Non voglio mica la luna”?
In genere l’ho cantato, sì diverse volte.
Però poi io, la luna, ho sempre cercato di prenderla, ogni volta che ne ho avuto voglia.

Quel pomeriggio di un giorno da (girl) geek

Incurante della pioggia che si abbatte su Bologna e dintorni da innumerevoli ore e munita di un discretissimo k-way fucsia (in periodo di saldi c’è poco da scegliere…), sabato 15 maggio ho sfidato le intemperie per trascorrere un pomeriggio da girl geek.

Per chi mastica poco le nuove tecnologie e dintorni le girl geek sono le ragazze appassionate di internet e new media. A Bologna le GGD sono Linda Serra , Antonella Napolitano, Cecilia Pedroni, Simona Lombardo , Daniela Bortolotti, Enza Capobianco, Aurora Chisté e Alice Marras.

Le avevo contattate mesi fa per un’intervista, poi abbiamo pensato che sarebbe stato meglio farla in occasione di una loro iniziativa, una girl geek dinners.

Ed eccomi qua. Alle ore 18 in punto sono a Capodilucca12, la suggestiva location scelta per il GGD# 7. Il tema di questo settimo incontro è “Mamme sempre on line”, dedicato alle mamme blogger.

Prima di entrare nel vivo dell’incontro Ladra di caramelle , una delle GG di Bologna, si propone/sottopone all’intervista.

Chi sono le girl geek.

E’ un fenomeno nato in Inghilterra nei primi anni di questo decennio. In Italia sono arrivate prima a Milano, poi a Roma. A Bologna le ha portate Linda Serra, che era nel team Roma, insieme ad Antonella Napolitano. Così a fine 2008 è nato il GGD Bologna che ha organizzato il suo primo evento nel 2009. Siamo un gruppo di amiche che si sono conosciute per questo motivo e ci divertiamo. La nostra mission è aggregare e far conoscere, fare in modo che le donne “tecnologiche” facciano rete.

Come si diventa girl geek?

Il nostro è un gruppo eterogeneo, siamo diverse e complementari. C’è uno “zoccolo duro” e alcune new entry, le più recenti Aurora e Alice. Non bisogna avere caratteristiche particolari, se non una certa predisposizione all’informatica in tutte le sue sfumature, dalla comunicazione alla programmazione vera e propria. Insomma, basta essere smanettone e aver voglia di partecipare.

Donne e new media. Dall’indagine Istat 2009 su cittadini e tecnologie emerge che ci sono ancora forti differenze di genere sia nell’uso del pc che in quello di internet: il 52,8% degli uomini usa il pc contro il 42,5% delle donne; il 49,8% degli uomini naviga in internet contro il 39,4%. La vostra esperienza conferma questi dati?

Le donne partono da una condizione svantaggiata. Ad esempio basta digitare “donna” in Google e vedere quali sono i risultati. Penso che stiamo arrivando ad occupare un qualcosa che è stato appannaggio maschile fino ad ora.

Avete mai pensato/gridato/scritto “non voglio mica la luna”?

Vogliamo quello e anche di più. Per carattere sono sicura che ognuna di noi vuole la luna e non solo.

Altre curiosità su come diventare Geek Girl e molto di più le svela Linda Serra, una delle “anziane” del gruppo:

Per diventare una di noi si entra nei team di organizzazione sposando la causa, partecipando agli incontri e dedicando il proprio tempo libero alla organizzazione e promozione degli eventi, alla manutenzione del blog, alla continua ricerca di argomenti nuovi. Insomma per essere una Geek Girl c’è bisogno di entusiasmo e voglia di fare.

Torniamo un momento a quei dati su donne e new media che ha commentato Daniela. Cosa ne pensi?

Di certo il gap fra uomini e donne rispetto all’utilizzo delle nuove tecnologie si sta colmando. Le donne navigano di più degli uomini e risultano essere degli heavy user (utenti che navigano per più di quattro ore al giorno) più degli uomini. Le donne sono ascoltate molto di più in rete e spesso divengono delle opinion leader. E’ per questo che le donne in rete sono il target più ricercato del momento ed è per questo che abbiamo dedicato il nostro ultimo evento alle mamme in rete.

Chi partecipa di solito ai vostri incontri?

Le persone interessate al topic, molti blogger, donne che per lavoro o per passione si nutrono di new media e a volte i curiosi.

A quando il prossimo appuntamento? Su quale tema?

La prossima GGD il 30 ottobre, il topic è ancora top secret.

Note a margine

Questa intervista è stata realizzata non solo grazie alla disponibilità e alla cortesia delle GG, ma anche grazie al mio bloc-notes e alla mia biro, due strumenti assolutamente preistorici per il contesto in cui mi trovavo.

A un certo punto, guardandomi intorno, ho scoperto di essere circondata da Mac e Iphone (ma quanto tempo ancora resisterò senza?) ed ho capito perché certe mie coetanee e non solo comprano maxi bag.

Allora mi sono autointervistata: cosa ho nella borsa per essere geek?

La risposta è:

  1. bloc-notes + penna (i ferri del mestiere del giornalista, all’occorrenza utili anche per la lista della spesa)
  2. Ipod (comprato di recente solo perché la musica mi faccia compagnia mentre combatto i segni dell’età che avanza in palestra)
  3. fotocamera digitale (è fucsia come il k-way l’ho comprata in questo colore solo perché l’alternativa era un verde acidissimo)
  4. cellulare (quando l’ho comprato era di ultima generazione!!!)

Occhio e croce ho le carte in regola per essere una geek girl visto che Linda e le altre mi hanno detto che basta essere un po’ smanettone, quindi, nel piccolo dei mie due blog lo sono anch’io.

Nelle foto di Mara Cinquepalmi due momenti del GGD#Bologna.

Quink, il tarocco è il mio mestiere

L’ultima invenzione è “Facce da Q: il QuinKIT contro l’abusivismo”, ovvero come segnalare in modo originale i manifesti elettorali affissi abusivamente.

Loro sono i Quink, taroccatori ufficiali di manifesti elettorali e pubblicitari.

Vincitori morali delle regionali 2010, i Quink hanno animato quest’ultima campagna elettorale con trovate esilaranti. Ne è una prova il Creative Camp del loro sito.

Dopo aver letto l’intervista (con finale a sorpresa), suggerisco di guardare la videointervista che i Quink hanno rilasciato al portale Puglia Eccellente.

Cos’è Quink? Come è nato?

È un collettivo di adbusters. Significa che tarocchiamo manifesti (elettorali e pubblicitari), o addirittura li inventiamo ex novo. Però scriviamo anche freddure e realizziamo video. E a volte, se ci gira, prendiamo anche qualche iniziativa strana e cerchiamo di fare del mediattivismo. Le strade di Quink sono infinite e in continua evoluzione.

Da cosa nasce questa passione per la comunicazione?

Più o meno tutti i membri di Quink hanno alle loro spalle una serie di esperienze nel campo della comunicazione, soprattutto politica. Tuttavia, la passione per quello che si fa qui dentro nasce dal semplice desiderio di fare satira e divertire. Non siamo in missione per conto di Dio!

Il vostro è un approccio originale all’analisi del linguaggio politico. Se foste dei politici, assumereste Quink per curare la comunicazione della campagna elettorale?

I politici devono avere terrore di Quink! Sudorazione, vomito e convulsioni!

Quale slogan vorreste per il vostro impegno in politica?

“Non si parla di politica.”, ovviamente.

Puglia: un luogo da cui scappare, in cui tornare o rimanere?

Un luogo da continuare a migliorare.

Per voi la Puglia è…

Un nuovo centro dell’Italia, capace di generare risorse, idee e tendenze utili e nell’interesse dell’intera nazione.

Avete mai urlato/scritto/pensato “Non voglio mica la luna?”

Solo quando cantiamo nudi sotto la doccia. Tutti insieme, ovviamente. E tu, hai mai urlato/scritto/pensato “Non si parla di politica”? Noi scommettiamo di sì!

LiberAria, diamo respiro alla cultura

Un modo nuovo di fare cultura. Una scommessa nel panorama culturale ed editoriale pugliese. LiberAria è una casa editrice on line nata dall’amore per i libri e la letteratura. Ne parla a Nonvogliomicalaluna Giorgia Antonelli, ideatrice del progetto.

Chi è Giorgia Antonelli.

Non l’ho ancora capito neppure io, ma appena lo scopro prometto che te lo faccio sapere! 

Come nasce LiberAria editrice.

LiberAria nasce da un amore viscerale per i libri e la letteratura. Abbiamo avuto la possibilità di realizzare questo progetto grazie ai finanziamenti della Regione Puglia, attraverso il bando Principi Attivi, finalizzato a finanziare giovani idee per il territorio pugliese.

Come si inserisce nel panorama culturale ed editoriale pugliese.

Il nostro progetto nasce con l’idea di creare qualcosa nel territorio e per il territorio, sebbene nella forma di un progetto telematico: vorremmo dare l’opportunità agli autori pugliesi di essere editati on line e di mettere in rete le loro conoscenze e i loro blog in modo da poter offrire sia una possibilità espressiva ai nostri talenti sia una forma di condivisione della conoscenza. Con questo scopo abbiamo voluto creare una sezione scientifica, in modo da poter editare i lavori di giovani dottori di ricerca e ricercatori che possono così consultare e usufruire del testo on line in qualsiasi momento, in un interscambio di saperi e conoscenze.

Il nostro logo è un gabbiano di carta proprio per questo: desideriamo trasmettere l’idea dell’amore per i libri e allo stesso tempo l’idea di libertà editoriale che la rete ci consente.

Che cos’è e quali obiettivi si propone.

E’ una casa editrice on line che edita in copyleft, un sistema di creative commons che lascia libero l’autore di concordare con noi il sistema di condivisione dell’opera che lui considera più opportuno. Il sito consta di quattro sezioni tematiche: letteratura, satira, saggi e pubblicazioni scientifiche e arti grafiche (foto, arte, fumetti, grafica). Inoltre è “diviso” in due domini: il sito vero e proprio www.liberaria.it e un aggregatore di blog letterari di e su la Puglia www.liberaria.puglia.it (entrambi i siti sono pronti, ma saranno ufficialmente on line per i primi di marzo) in cui offriremo ai nostri utenti un sistema di scambio telematico 2.0. Su richiesta dell’utente, forniamo inoltre un servizio di print on demand dei nostri testi utilizzando il sistema di pagamento pay pal o un vaglia postale.

Gli obiettivi sono molteplici, come già detto: offrire opportunità ai giovani scrittori e studiosi pugliesi di vedere pubblicate le proprie opere (naturalmente ci riserviamo il diritto di effettuare una selezione preventiva) e di mettere in condivisione saperi e conoscenze. L’aggregatore blog e il sistema di scambio 2.0 inoltre, consentono non solo un interscambio ma anche la possibilità di democraticizzare il processo di critica letteraria, dando voce agli utenti.

Per te la Puglia è…

Le mie radici, qualcosa che è dentro il mio modo di essere, una parte imprescindibile della mia identità.

Puglia: un luogo da cui scappare, in cui tornare o rimanere?

Molti scappano, certo non per poco amore di questi luoghi ma costretti dalla necessità. Io, la mia socia e tanti altri abbiamo deciso di restare, anche tra mille difficoltà. Come noi sono rimasti in Puglia tanti altri ragazzi che hanno avuto la possibilità, grazie alla Regione Puglia e al finanziamento di Principi Attivi, di provare a realizzare un piccolo sogno.

Venezia, la luna e tu

Delle cose, delle persone, dei luoghi mi piacciono i dettagli.
Lo dimostrano anche le mie foto. Preferisco la parte per il tutto.
 
Le prime foto di questa nuova sezione raccontano, a modo mio, Venezia.
Quante Venezia conosciamo? Quella dell’improbabile gondoliere Alberto Sordi in “Venezia, la luna e tu” , quella immortalata da Woody Allen in “Tutti dicono I love you” , quella raffinatissima di Luchino Visconti in “Morte a Venezia”  e molte altre ancora.
 
La mia Venezia è quella della acque nere solcate di notte da un vaporetto, dell’immenso panorama dall’Arsenale, della musica in piazza San Marco all’uscita dalla Biblioteca Marciana.
 
Tre particolari punti di vista, tre simboli di Venezia in una afosa giornata del luglio 2005: que c’est triste Venise.

Frottole. A modo mio

Massimiliano Martines  è attore, regista, autore di video, poeta. Insomma, un artista.

E’ pugliese, ma dal 1995 vive a Bologna.

A “Nonvogliomicalaluna” racconta di sé, delle sue frottole e della Puglia.

Chi è Massimiliano Martines

Innanzitutto un artista, dico ciò a scanso di equivoci. Ho sempre avvertito un certo disagio nel palesare con orgoglio questa mia natura, vuoi per la mia refrattarietà alle sovrastrutture sociali e alle sue semplificazioni, vuoi per la consapevolezza di non sentirmi mai all’altezza di me stesso. Sarò più chiaro. Io vengo da una media cittadina di provincia dove i titoli assumono una rilevanza spropositata, basta avere una laurea per essere dottore o professore, la storia ci insegna invece a dare poco conto ai ruoli assunti e ai titoli conferiti, perché ciò che conta è il percorso e l’ostinazione dell’individuo nel definirlo. Chiamarsi Massimiliano Martines per me è già qualcosa di ingombrante con cui ogni giorno mi trovo a fare i conti, non avrei il tempo di dare senso a ulteriori pleonastici appellativi. E poi tutte le persone che svolgono dei compiti nella società possono essere al contempo scienziati, pensatori, mistici, ecc. ecc. Dico dunque di essere un artista per la vaghezza del termine e per aver accettato di giocare consapevolmente un ruolo specifico nella comunità.

La seconda questione, ovvero la consapevolezza di non sentirmi adeguato a me stesso, nasce dalla precipua sensazione insita in ogni creatore, di avvertirsi superato dall’opera e di percepire nel momento esattamente successivo alla creazione che si può fare meglio e dare di più. Passata quindi l’eccitazione propria dell’atto, all’artista non rimane altro che sprofondare nella prostrazione dei propri limiti, aldilà dei consensi accumulati. Questa piccolezza contribuisce a renderlo grande e a proiettarlo in una dimensione che lo prescinde, per cui non è più lui demiurgo, ma si lascia in un certo senso creare, la sua stessa vita diventa la vera opera d’arte. Io credo molto nell’affermazione dell’individuo e nel contesto creativo credo sia necessario esserlo, rispetto agli altri campi dell’azione umana è anche il meno pericoloso e più fecondo. Da qui la mia diffidenza nei confronti dei gruppi e dei movimenti. L’ego dell’artista è smisurato e ha bisogno di essere continuamente imbrigliato da una ferrea disciplina che solo egli stesso può darsi. Al contempo credo anche nell’umiltà e nell’ascolto, fondamenti di crescita per tutti, non solo per un creativo. Da queste contraddittorie predisposizioni, dalla tensione che generano possono venire alla luce lavori di senso e altamente rappresentativi dei propri tempi.

Ultimamente sono irritato nel leggere le note biografiche di sedicenti autori, percepisco una sorta di gioco al ribasso, per cui uno scrittore in realtà non scrive ma fa il lavandaio, una pittrice non dipinge ma esercita le abluzioni della casalinga e di mamma di tot figli, e così discorrendo. Invece penso che occorra cominciare ad assumersi delle responsabilità, soprattutto rispetto al mondo in cui si vive. Non è che io non abbia il senso dello humour, penso solo che giocare (e l’aspetto ludico è apice nella creatività) sia una delle cose più serie che si possano decidere di fare. Mettiamola così: la mistificazione del sé o dell’arte è un danno di portata ecologica. Perché mai dovrei abbattere un albero per pubblicare cose in cui non credo fino in fondo, perché decine di persone dovrebbero prendere un mezzo e percorrere chilometri per venire a vedere i miei avvitamenti teatrali o le mie paturnie cantautorali, perché sprecare inchiostri, consumare preziose energie, distrarre, confondere, eludere,

 La poesia che avresti voluto scrivere.

Sicuramente Rimbaud, il maledetto tra i maledetti. Amo molto la sua “Une saison en enfer”, di cui ho fatto anche una riduzione teatrale. E’ il poeta che più si sposa alle mie corde. Ultimamente mi capita di leggere con trasporto molta poesia dell’est, soprattutto quella russa dei primi del novecento. Se mi dovessi collocare, mi piacerebbe farlo nel suo Olimpo tra Esenin, Majakovskij e la Cvateava. C’è un’urgenza e una complessità nei loro animi che è territoriale e universale allo stesso tempo, duplicità apparentemente antitetica, che si risolve nel minimo comune denominatore della vastità, dello sconfinamento, lo spazio e la steppa insieme, l’infinito e le ombre che la grande città proietta sui propri abitanti e viceversa.

Non amo molto la poesia italiana, benché ne legga tanta, ma la trovo irretita nelle forme, talvolta sterili divertissement, e in una compiaciuta retorica ermetica. Difatti da noi vende solo la Merini che io non amo particolarmente: le si deve comunque l’onore di aver parlato con la lingua che tutti noi parliamo, senza troppi panegirici. Quei russi invece, come anche Rimbaud del resto, ti arrivano alla pancia, al cuore e non credo sia solo questione di figure retoriche piegate o originalmente elaborate. La sostanziale verità è che essi hanno aderito profondamente alla vita assumendosi tutti i rischi in questa insiti, facile invece scrivere poesie in pantofole dietro alla propria scrivania!

Ungaretti ha prodotto le sue più belle liriche sul fronte, con poche essenziali taglienti parole, Pasolini è un altro grande inarrivabile e un fuoriclasse per tanti aspetti, le sue poesie in friulano (benché io ami il dialetto solo nelle conversazioni popolari) sono di una bellezza commovente.

Cosa sono le frottole che stai portando in giro per l’Italia?

“Frottole” sono le bugie propriamente definite, ma anche un genere musicale detto in altro modo “barzelletta”, molto simile ai madrigali e alle ballate. Esso nacque nel XV secolo e venne utilizzato perfino in alcune rappresentazioni teatrali, proprio per la sua peculiarità di unire poesia musica e rappresentazione. Da queste premesse, solo teoriche, nasce il mio primo cd, con il quale ho inteso coniugare le varie esperienze artistiche da me attraversate. E’ un lavoro che piace molto, soprattutto nella dimensione dal vivo. In effetti io sono un animale da palcoscenico, lì mi trasformo in quell’altro da me con cui cerco sempre un contatto, il mio dèmone può esprimersi al meglio.

Quando sei sul palco e fissi le persone negli occhi, queste sono obbligate a credere o meno in te come davanti a un dio, la fruizione è più diretta e selettiva, invece nelle manifestazioni mediate da un supporto, come il video, il cd, il libro, …, il rapporto è filtrato dal mezzo stesso, la ricezione diviene più complessa, il pensiero e lo stato d’animo del fruitore si prendono, come è giusto che sia, delle libertà esorbitanti, per cui lo spirito critico si fa più penetrante, sfiorando spesso la pignoleria.

Sin da quando ero bambino la musica ha rappresentato il sogno nel cassetto, ho cominciato a studiarla da poco e proprio questa inesperienza mi ha consentito di assumere l’atteggiamento di ascolto e umiltà di cui parlavo poc’anzi, senza mai privarmi della possibilità di operare scelte individuali.

 Hai mai urlato/scritto “Non voglio mica la luna?”

Più che urlato o scritto, l’ho spesso intonata. Penso che il canto sia espressione capace di liberare l’anima nella sua nuda verità. La luna non voglio possederla ma mirarla, come sempre, alla notte tra ululati e silenzi.

Dalla Puglia si scappa, si torna o si rimane

Io sono scappato, ho deciso di vivere a Bologna, città che continuo ad amare moltissimo. La Puglia è il mare, lì si rimane in contemplazione, nel sogno e a questo si torna sempre, ma con disillusione di volta in volta crescente. Qualcosa cambia talvolta per inerzia, talvolta per l’ostinazione di certi individui. La Puglia rimane, comunque, una delle regioni più interessanti d’Italia, paga lo scotto della sua peninsularità, la mancanza di scambi geografici diretti ne rallenta le propulsioni di sviluppo, più culturale che economico.

Per te la Puglia è…

Come la fine corsa di un autobus e il suo ricominciare, un luogo di confine, di passaggio, ma al contempo il termine surreale dove la vita approda agli ultimi suoi contorcimenti, come in quei grandi dormitori che sono le periferie delle città del nord, ma qui è l’anima che sale le scale, si concede in solitudine una frugale cena e poi spegne la luce per andare a dormire. Nulla di ieratico, semmai il crudele ripetersi della storia con la esse minuscola, la comune vicenda di tante persone.

Poi in realtà io non conosco la Puglia, a mala pena ho coscienza di cosa sia il Salento, i miei conterranei (come buona parte degli italiani del resto) sono pigri e stanziali, frequentano gli stessi posti abitudinariamente, non hanno curiosità, il massimo che si concedono è la vacanza nelle proprie località balneari o il giro dei presepi durante le feste natalizie. Le nuove generazioni viaggiano di più, ma non in Puglia. Avendo vissuto i miei primi vent’anni in quel territorio e in quella mentalità, posso dire di conoscere più l’Emilia-Romagna che non la mia regione. Manca consapevolezza del patrimonio culturale e questo è un gap che andrebbe colmato, con investimenti nelle strutture e un rilancio che parta da una scelta più oculata dei responsabili politici preposti.

Anche la scoperta del tarantismo è solo di facciata, ciò non consente di collocare nella giusta dimensione un fenomeno del passato che tale deve restare, non può una sottocultura sostituirsi al presente né tanto meno al futuro, oppure oscurare paradossalmente le migliori espressioni del passato. Bisogna chiarire i termini allora e chiamare le cose col proprio nome. Il tarantismo oggi è un fattore legato al turismo, non può assorbire le risorse destinate alla cultura, sia essa intesa come conservazione che come promozione di nuovi fermenti e linguaggi artistici. Il salentinismo è già come il partenopeismo, c’è stata solo una sostituzione di termini: al posto della sacra trimurti di pizza, sole e mandolino abbiamo qui le orecchiette con le cime di rapa, il mare e la pizzica. Io sto dalla parte del progresso, dell’evoluzione della specie, con Rimbaud che diceva: “Bisogna essere assolutamente moderni”.