Tutta colpa di Eupalla
Tutta colpa di Futbologia. Forse è che così che avrei dovuto intitolare il post senza disturbare l’immaginaria dea inventata da Gianni Brera, perché, da quando ho scoperto questa iniziativa che si terrà a Bologna il prossimo ottobre, sono tornate a galla così tante cose che non ho resistito. Gli ho scritto per condividere alcune cose, ultima il mio storify su Zeman, ho iniziato a seguirli sui social, poi mi sono persa nel loro blog fino a quando ho trovato questa storia e, allora, mi sono fatta coraggio e ho deciso di raccontare anche io una storia che assomiglia per certi aspetti a quella di Silvia.
Io non so nemmeno come è iniziata questa passione per il calcio. O forse sì e sembra fatto quasi apposta scriverlo oggi, a 30 anni di distanza da quella notte.
«Palla al centro per Muller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, evviva è finita!Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!».
Luglio 1982, avevo compiuto sei anni da qualche giorno.
Le domeniche della mia infanzia sono scandite dalla sigla di Tutto il calcio minuto per minuto, da 90esimo minuto fino alla Domenica sportiva. E poi non so come mi sono ritrovata a sfogliare il Corriere dello Sport di mio padre, che odorava di treno perché gli faceva compagnia nelle lunghe notti di lavoro in treno.
Forse è così che è cominciato tutto. Qualche anno più tardi, la prima collaborazione giornalistica fu proprio con un giornale sportivo della mia città. Eravamo già a metà degli anni ’90. Foggia stava vivendo quella fortunata e incredibile stagione che passò alla cronaca come Zemanlandia (ne ho parlato già qui).
Faceva un certo effetto tra i conoscenti e gli amici che una ragazza scrivesse di sport. La cosa suscitò non poca meraviglia anche in famiglia. Persino mio nonno, che pure mi sosteneva sempre, mi guardava stupito e poi diceva: «Ma una femmina che ne capisce di pallone?».
Io non mi scoraggiavo, ma le difficoltà non mancavano.
All’inizio tenevo una rubrichetta che si intitolava On/Off, una sorta di promossi e bocciati della domenica. Una volta finì tra i bocciati anche il presidente Casillo, ma il solerte direttore mi spiegò che certe cose vanno scritte in un certo modo. Cioè come poi le aveva riscritte lui.
Poi arrivarono anche le interviste. Il sabato sera mi appostavo nella hall dell’Hotel Cicolella, dove le squadre ospiti andavano in ritiro quando venivano a giocare a Foggia. Non era facile. Ero femmina, come diceva mio nonno, poco più che adolescente e timida.
Dovevo essere veloce e piantarmi davanti a qualche giocatore, magari all’uscita dell’ascensore, dovevo districarmi tra tifosi scalmanati che affollavano l’ingresso dell’albergo (una volta fui anche cacciata dalla hall, ma nonostante il fisico non proprio longineo, riuscii a rientrare) per qualche autografo.
La storia del calcio in Italia l’ho imparata da mio nonno e da mio padre. Uno mi raccontava del grande Torino, di Foni e Rava, di Meazza e Boniperti, l’altro mi raccontava di Rivera e Mazzola, di quell’estate del 1970 quando era militare a Genova e c’erano i Mondiali. Le donne della famiglia guardavano al calcio con altri occhi o non lo guardavano affatto.
Poi arrivò un altro giornale, dove mi non mi occupavo di calcio (ma intanto continuavo a seguirlo), l’Università, un’altra città. Mi allontanai e non solo fisicamente da quel mondo. Non ho mai più scritto di sport nelle mie successive esperienze giornalistiche.
Ho scelto altro, però quella palla…
Nota a margine
Mia nonna era convinta che un giorno io avrei sposato Antonio Cabrini o almeno qualcuno che gli somigliasse. Come è andata a finire lo sappiamo tutti, però quando molti anni più tardi arrivai a Bologna per l’Università e incrociai il celebre terzino non potei fare a meno di sorridere ripensando a quello che diceva la nonna.
Seconda nota a margine
Potevo non condividere il manifesto di Futbologia?
Eccolo qua:
Annusiamo calcio da quando eravamo bambini. L’odore di muffa dello spogliatoio, il grasso per ungere le scarpe, il sudore delle maglie. Intere formazioni mandate a memoria.
Lo giochiamo. Lo abbiamo giocato.. Abbiamo numi tutelari. Epiche figure mondiali, insieme a piccole divinità locali. E con loro una costellazione, una spoon river di campioni, compagni e amici da ricordare. Eppure lo sappiamo. Il livello del discorso sul calcio in Italia è molto basso. E il sistema del business globale del calcio è nella merda fin sopra i capelli. Da tempo ci divertiamo meno. Però abbiamo un piano. Attaccare. Con una squadra forte. Ci allena Zeman, movimenti rapidi in campo, gradoni in allenamento. La squadra la facciamo noi, ma si gioca tutti insieme. Alziamo l’asticella, fondiamo, dal basso, l’Università del Pallone.
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