Nonvogliomicalaluna

Tutto cambierà

Posted in In punta di penna by maracinque on dicembre 14, 2010

In questi giorni ho letto numerosi resoconti della manifestazione Pd di sabato scorso. Così mi è venuta voglia di scrivere il mio. Quello che state per leggere è  un punto di vista decisamente poco politico per i puristi della materia sulla giornata romana. Fino all’11 dicembre non ero mai scesa in piazza (non sai cosa ti sei persa in questi anni, potrebbe dire qualcuno), ma ho pensato che era arrivato il momento perché volevo proprio vedere l’effetto che fa.

Quando a novembre Bersani ha annunciato la manifestazione dell’11 dicembre, ho pensato che questa volta non mi sarei lasciata sfuggire l’occasione.

Con l’Italia che vuole cambiare” ha segnato il mio debutto ad una manifestazione politica. A 34 anni, cinque mesi e tre giorni. Non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi.

Così quando ho annunciato alla famiglia che l’11 sarei andata a Roma, mi sono sentita dire:

1. “Stai attenta!!!”, implora mia madre al telefono;

2. “Guarda, che è faticoso. Ti devi alzare presto, c’è tanto da camminare”, insinua mio marito, l’esperto di casa in fatto di politica e manifestazioni;

3. “Vengo anch’io”, propone mio figlio di tre anni;

4. “Stai attenta!!!”, sussurra mia suocera con grande pudore materno (giuro che non si era messa d’accordo con mia madre, che vive a 500 km di distanza).

Con grande sprezzo dei consigli di famiglia e, come al solito, di testa mia, prenoto il mio posticino e non faccio marcia indietro nemmeno quando mi dicono che si parte alle ore 6.02 e si rientra quasi alle due di notte.

Il giorno prima è tempo di preparativi. Faccio la spesa per il pranzo a sacco, organizzo il sabato per i due terzi della famiglia che rimangono a casa, preparo il kit di sopravvivenza (ovvero acqua, cerotti, Pocket coffee per tenermi sveglia e Mon cheri per non farmi mancare niente). Quando mio marito mi vede trafficare tra il bagno e la cucina intenta a riempire lo zainetto, mi guarda allarmato e dice: “Non vai in guerra. Inutile portarsi quella roba”.

Incurante del suo sarcasmo, gli faccio notare che quello zainetto è una felice sintesi della mia indole da ex fuorisede e della sindrome “non si sa mai” che colpisce prima o poi tutte le mamme.

Il venerdì sera punto tre sveglie (alle ore 4.30, alle 4.45 e alle 4.55 perché a una certa età bisogna darsi più di una chance) e mi accordo con i suoceri perché mi telefonino verso le cinque per avere una prova che io sia già sveglia. L’alba ha l’odore del cappuccino ed è avvolta dal freddo del giorno che sta per arrivare. L’appuntamento per una parte della delegazione bolognese è alla stazione di San Ruffillo. Qualche minuto dopo le 6 arriva il treno. Inizia l’avventura.

Cosa mi rimarrà di questa giornata? Una piccola lista, molto di moda a quanto pare, per restituire alcuni momenti di sabato:

  1. la fetta di panettone che alle ore 6.50 una gentile compagna di viaggio offre a chi non ha fatto colazione, innescando così un effetto domino. Lungo il vagone sarà un rincorrersi di caffè, raviole e crescenta (tipici prodotti ipercalorici della gastronomia bolognese: il primo un biscotto ripieno, il secondo molto più che una semplice focaccia);
  2. il nonnetto con la faccia scavata dagli anni, segno che ha visto il meglio e il peggio della nostra storia repubblicana che, affacciato alla finestra di un palazzo nel tratto di strada tra il Colosseo e piazza San Giovanni, applaude il corteo;
  3. la piazza gremita che per una come me, tendenzialmente agorafobica, mi ha lasciato senza fiato e ho impiegato qualche minuto per riprendermi.
  4. col calare della sera, però, non si alzerà la canzone popolare, ma un vento gelido tanto da far dire a Bersani, in apertura di discorso, “Sbrighiamoci, che fa freddo”. “Etciù, etciù” ho risposto dal mio metro quadro di marciapiede conquistato a fatica;
  5. Ettore Scola che si fa largo insieme ad altri manifestanti tra la folla, a due passi da me. Segno che per me è davvero una “Una giornata particolare”;
  6. il rumoreggiare di qualche manifestante, alle mie spalle, che, stanco dell’attesa, invita gentilmente (è un eufemismo, of course) Neffa a lasciare il posto a Bersani;
  7. l’evidente compiacimento di numerosi manifestanti quando Bersani si rivolge loro chiamandoli “compagne e compagni”.

Stroncata dall’amatriciana e dalle polpette mangiate a cena in un delizioso ristorante nei pressi della stazione Ostiense, mi accascio sul sedile del treno che mi riporta a casa.

Cala il silenzio, molti dormono, qualche temerario ha ancora la forza di chiacchierare. Io sono sveglia e penso a quello che un giorno racconterò al mio bimbo, di quel sabato che la sua mamma ha preso il treno per andare a Roma “con l’Italia che vuole cambiare”.

Anche per lui, per portarlo via da questi anni, da queste umiliazioni, da questa indignazione, da questa tristezza.

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