Tra moglie e marito non mettere il partito
Può far notizia il fatto che la moglie di un esponente politico si iscriva ad un partito, che non sia quello del marito?
A Bologna (e forse anche altrove in Italia) sembra proprio di sì. L’otto marzo (una strana coincidenza?) un popolare quotidiano cittadino ha dedicato un articolo all’iscrizione all’Italia dei Valori della moglie del Presidente del Consiglio Provinciale, esponente del PD locale.
Dov’è la notizia? Da quando l’amore si misura con la tessera di partito? O viceversa? Non è nello spirito del blog parlare di politica, ma la notizia investe un altro aspetto ed è su questo che voglio soffermarmi: ancora una volta il messaggio è che la donna non ha il diritto di pensare ed agire in maniera autonoma.
È semplicemente maschilista, oltre che discriminante, pensare che una moglie debba votare o aderire allo stesso partito del marito. E’ come quando dicono, molto più banalmente: “Ma tifi per la stessa squadra di tuo marito?” Di fondo c’è una considerazione molto diffusa: la moglie è una minus habens che vota o tifa come il marito perché non è in grado di avere una sua identità (politica o sportiva).
Tu chiamale, se vuoi, quote rosa.

[...] Tra moglie e marito non mettere il partito [...]