Trenta righe
”Ernesto, trenta righe sopra la Gazzetta sono sempre trenta righe sopra la Gazzetta“.
Letta così, la frase non ha la forza della battuta pronunciata da Maurizio Micheli ne “L’uomo nero” , l’ultimo film di Sergio Rubini uscito nelle sale da poche settimane.
Per chi non è pugliese è difficile spiegare quel “trenta righe”. Perché dal Tavoliere al Salento la Gazzetta è per tutti la Gazzetta del Mezzogiorno, ovvero il giornale per eccellenza, la “Pravda delle orecchiette” (non me ne vogliano i colleghi).
Per artisti, letterati e politici “made in Puglia” quelle “trenta righe sopra la Gazzetta” sanciscono la legittimazione del proprio talento agli occhi di vicini, parenti e detrattori, sono il passaporto verso il successo.
La battuta di Micheli (che nel film veste i panni dell’avvocato Pezzetti, sempre in coppia con il professor Venusio, insegnante e giornalista a tempo perso) restituisce un mondo, quello della provincia del Sud, dove il riscatto dalla propria condizione passa attraverso il riconoscimento da parte dei notabili del paese. Negli anni ’60 come oggi.
La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento.
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