Il Paese dei capelli tinti
I capelli tinti (dei Pooh e di tutti gli altri) sono il simbolo più fatale di un Paese vecchio che finge però di essere giovane, la rappresentazione di un fermo immagine che ci incolla irrimediabilmente agli anni Settanta, un ritaglio di giornale ingiallito che parla di noi.
L’ho ha scritto stamattina Aldo Grasso sul Corriere della Sera (qui l’articolo da leggere fino in fondo) a proposito del consueto spettacolo di Capodanno che trasmette Rai1.
Ma i Pooh e tutti gli altri quando smetteranno di tingersi i capelli?
Con le migliori intenzioni, un anno dopo
Un anno fa scrivevo questo post. Cosa è successo 365 giorni dopo?
Con le migliori intenzioni:
…ho cercato di mangiare in modo sano ed equilibrato: i risultati non sono stati brillanti, però ho ancora un anno per mettermi alla prova;
…ho continuato a non guardare il Tg1 e sto benissimo;
…non ho venduto la mia macchina, cioè quella di mio padre, ma l’ho usata molto meno;
…mi sto occupando di Articolo37. Il mio blog su donne e lavoro è nato nei primi giorni del 2011 e mi ha già dato qualche bella soddisfazione;
… sto andando a letto alle 10. Poche volte, ma buone.
E per il 2012?
Non faccio previsioni né bilanci ma, come ha scritto il mio amico e collega Cristiano Zecchi (@cristianozecchi) su Twitter, per quest’anno vado in esercizio provvisorio.
Il 2011 in 12 post (più o meno)
A volte ritornano. Nei primi giorni del 2011 mi sono così divertita a scrivere il “the best of” di questo blog che l’ho subito segnato tra le cose da fare a fine anno.
Ed eccomi qua: in dodici mesi 38 post dove ho annotato storie, persone, appunti, iniziative, fatti e pensieri. Perché #maidiremaya.
Gennaio
Donna de panza, donna de sostanza
Febbraio
Marzo
Aprile
Maggio
Giugno
Foggia, esercizi di resistenza
Luglio
Agosto
Settembre
Ottobre
Non pervenuto. Ero troppo occupata a raccogliere le interviste per l’iniziativa Le nuove professioni delle donne che ho raccolto qui.
Novembre
Dicembre
Due cose due da non fare a Natale
Lo confesso, sono un dottor Jekyll e Mr Hyde del Natale.
Non ci posso fare niente e non so nemmeno perché, ma io e il Natale non andiamo d’accordo.
Non è snobismo, non so esattamente quando tutto sia iniziato, ma in questo periodo spesso Mr Scrooge prende il sopravvento su di me (la cosa non incide affatto sulla mia taglia).
Per questo può capitare che nel bel mezzo del clima natalizio mi senta spesso fuori posto.
I primi a convivere con questa mia sindrome sono stati mamma e papà, che si sono guardati bene dal mettere al corrente di ciò il futuro marito. Hanno sperato che la nascita di Fabrizio mi restituisse quel sano entusiasmo per il Natale e, invece, non è bastata e non basta.
Non voglio dispensare consigli né distrarre quelli che ormai sono entrati già nella fase “I wish you a Merry Christmas“, cercano ovunque il vischio per baciarsi e sono indecisi da una vita tra pandoro e panettone, però (e qui il però ci sta tutto), a pochi giorni dal Natale (accipicchia, sto scrivendo troppe volte questa parola nel post)posso solo consigliare di non fare assolutamente due cose durante le feste.
Sono entrambe datate 1984. All’epoca avevo solo otto anni e non potevo certo comprenderne la portata devastante, quindi ai coetanei, soprattutto, consiglio in questo periodo di:
- non guardare Innamorarsi (continuate pure ad andare in libreria tanto non vi capiterà mai una cosa del genere);
- non ascoltare Last Christmas (grazie a Tiziana Ragni per una illuminante tesi sulla canzone)
perché per il combinato disposto di cui sopra può rivelarsi fatale qualunque sia il vostro stato civile.
Se non ci credete, allora…Buon Natale (aiuto, l’ho scritto di nuovo).
La scoperta del mondo
26 luglio 1943
Il primo giorno del postfascismo scopro moltissime cose.
Intanto lo smarrimento: il regime fascista è il contesto trovato quando ho raggiunto l’età della ragione, il solo a disposizione, altri non ne ho, nessuno me ne ha fatti intravedere, se non dicendomi che la guerra, che quell’estate ha già traversato mezzo mondo, porta l’Italia al disastro. Come tutti i miei coetanei, sono disorientata.
Lo scrive Luciana Castellina nel suo “La scoperta del mondo“.
Per qualche settimana è stata la mia lettura di ogni sera. L’ho iniziato nei giorni della crisi di Governo.
Un mese fa, il 12 novembre, calava il sipario sul governo Berlusconi.
#buoneprassi, una questione di famiglia
Due anni fa (era l’11 dicembre 2009) nasceva questo blog.
Nel mio primo post scrivevo a proposito del nome:
E perché poi scegliere il titolo di una canzone? “Non voglio mica la luna” è quella che comunemente definiamo una “canzonetta”, eppure quel titolo mi ha fatto riflettere.
Era il febbraio 1984. Io avevo otto anni e dal palco di Sanremo Fiordaliso cantava – tanto per citare alcuni versi – “Vorrei due ali d’aliante/Per volare sempre più distante/E una baracca sul fiume/Per pulirmi in pace le mie piume”.
Io non voglio pulirmi le piume, voglio soltanto creare uno spazio di condivisione e/o di confronto (si sarebbe detto qualche anno fa) sulle questioni di genere, sulla generazione ”bamboccioni” con un occhio di riguardo alla comunicazione (ma questa è deformazione professionale).
Il mio “Non voglio mica la luna” è un tentativo di ritorno alla normalità in tutte le cose del nostro quotidiano.
Da allora sono passati due anni, appunto, e 116 post, ma soprattutto il blog – come ho avuto occasione di scrivere più volte – mi ha dato la possibilità di fare rete con altre donne. Oggi voglio festeggiare questo compleanno 2.0 con una riflessione per “Commuoviamoci, correggiamoci“, il nuovo blogging day nato da un’idea di mammamsterdam per la rete di #donnexdonne come contributo alla manifestazione odierna di SNOQ – Se non ora quando.
Il tema è quello delle #buoneprassi e la mia testimonianza tocca più di una generazione della mia famiglia.
Posso affermare, quasi con precisione matematica (ma io ho fatto il classico, quindi andiamoci piano…), che le #buoneprassi in e di famiglia mi accompagnano sin dalla nascita.
Sono nata, infatti, in una famiglia dove le donne costituivano una rete fortissima di welfare. Ho vissuto per molti anni a strettissimo contatto con i nonni ed i bisnonni (esperienza che, nel suo rovescio della medaglia, mi ha fatto conoscere sin da piccola i dolori della vecchiaia).
Le donne della mia famiglia sono state una nonna che oggi definirei vintage, ma che da giovane sembrava Antonella Ruggiero quando cantava Vacanze Romane con i Matia Bazar (questa, però, è un’altra storia che meriterebbe uno spazio ad hoc) ed una bisnonna silenziosa, dai capelli lunghissimi che io ricordo sempre in cucina. Erano loro che aiutavano mia madre nell’accudirmi, ma è stata poi mia madre a prendersi cura di loro quando una si è ammalata troppo presto e l’altra è svanita nella nebbia della vecchiaia. Nessuna di loro lavorava se non in casa. Molto meridionale come stile di vita. Quella rete col tempo ha coinvolto anche gli uomini di casa che, in tempi diversi, hanno curato e accudito chi ne aveva bisogno.
Per me è naturale aiutarsi in casa, quindi mi è sembrata la cosa più scontata del mondo applicare quel “sistema” anche quando sono stata io a metter su famiglia. Non ho dovuto spiegare a mio marito come vanno certe cose perché c’era sintonia anche su questo. Non abbiamo fatto compromessi quando si è trattato di alzarsi in piena notte per dare il latte a Fabrizio, cambiargli il pannolino o preparare la pappa quando io ero al lavoro.
Una rete di #buoneprassi che stiamo insegnando a nostro figlio perché anche per lui la famiglia sia un posto dove imparare a stare bene insieme.
Dieci inverni fa
L’avevo letto tanti anni fa, non ricordo nemmeno più quando. Poi mi è tornato in mente oggi, 8 dicembre. Come dieci anni fa.
Come quando una mia amica mi ha raccontato una storia, la sua, ed io a quella storia ho sempre associato questo racconto di Dino Buzzati:
Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di tutto il coraggio che una donna può chiedere a Dio e sradicare tutti i rami per cui quello sfortunato amore si è attaccato alle sue viscere. E’ sempre stata una ragazza forte, Irene, questa volta non sarà da meno.
E’ fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. (…) Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con sé stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c’era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile (…) Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L’ha fatto. Ed è stata guarita. (…)
Ma da una casa vicina viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa o fa andare il grammofono, e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.
E’ bastato. Sei o sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi! (…) Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo. (…) Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile.
Il racconto, qui ripreso sono in alcuni brani, si chiama Le precauzioni inutili e appartiene alla raccolta Sessanta racconti.
Tu ca nun chiagne
Avevo promesso a me stessa che non avrei scritto delle lacrime del ministro Elsa Fornero. Lo hanno già fatto in tanti e in tante da ieri sera: sul web impazzano giochi di parole, pensose riflessioni e arguti sberleffi.
Poi stamattina ho letto l’analisi di Giovanna Cosenza (qui il suo illuminantissimo post), che ha spazzato tutti i miei dubbi, ha dato voce a quello che non avrei saputo scrivere.
Però – ve lo aspettavate vero? – da ieri sera, subito dopo aver scritto su Twitter “Mo’ piango pure io. #salvaitalia“, non riesco a togliermi dalla testa questa canzone:
A Pa’
Oggi i giornali e il web ci ricordano l’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini.
Oggi il caso ha voluto che mi imbattessi in queste parole che il sindacalista Giuseppe Di Vittorio pronunciò nel suo intervento al secondo congresso della cultura popolare, che si tenne a Bologna l’11 gennaio 1953. Mi sono piaciute ed ho pensato di utilizzarle per ricordare Pasolini, trentasei anni dopo:
Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana…La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…
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